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Nove anni fa ne parlarono in molti. Oggi di
lei pochi si ricordano. Ma sulle colline di Muhura, dove le ferite del genocidio
sono ancora aperte, prosegue l'opera di Amelia Barbieri, la nonna di tanti
piccoli orfani ruandesi.
di Alberto Marini
Faustino ha 11 mesi e pesa 6 chili. Soffre di infezioni respiratorie, è un po' denutrito
ma le sue condizioni non preoccupano. Non preoccupano soprattutto perché è ospite della casa «San Giuseppe» che Amelia Barbieri ha aperto a Muhura, in Ruanda. Faustino è, infatti, uno dei 95 bambini che la volontaria vicentina accoglie nel suo orfanotrofio, situato a 60 chilometri in linea d'aria dalla capitale Kigali. Ce ne vogliono pero almeno 120 di strada, di cui gli ultimi 20 di pista sterrata, per raggiungere questa località. Il distretto di Humure, di cui fa parte, è una cartolina del più classico paesaggio ruandese: colline a perdita d'occhio, piccoli bananeti, orti coltivati a patate e fagioli; qualche capra e le mucche dalle corna lunghissime, che di latte ne producono poco e di carne ancora meno, ma mangiano poco e quindi sono le più adatte per questa zona.
Di centri abitati ce ne sono pochi, come poche sono le case in muratura: quasi tutti vivono in capanne d'argilla, con il tetto di foglie o di lamiera, sparse qua e
là.
Di Amelia Barbieri (ma tutti qui la chiamano «nonna Amelia») la stampa e le televisioni italiane hanno parlato molto in passato, al tempo della guerra civile ruandese, nel 1994. Ricordate? Era stata prelevata con un convoglio della Croce rossa capeggiato da Maria Pia Fanfani, dopo che lei stessa aveva lasciato Muhura con i suoi piccoli, rimasti poi in Italia diversi mesi prima di poter rientrare in patria. Poi, come quasi sempre capita, passata l'emergenza, su nonna Amelia si sono spenti i riflettori. E se ne sono quasi perse le tracce. Lei pero non si è mai mossa da Muhura e dalla sua casa, che anche oggi risuona delle voci di tanti bambini bisognosi d'affetto. Una «merce» di cui nonna Amelia, alla venerabile età di 85 anni (in Ruanda è arrivata nel 1983, quando di anni ne aveva già 65), non scarseggia affatto.
Mamma di quattro figli, ostetrica in pensione ma senza alcuna voglia di mettersi in pantofole, ha incominciato la sua storia di volontaria laica a Rugobano, ha continuato a Shyarangi, vicino alla capitale Kigali, dove ha costruito una maternità; a Byumba ha rimesso in piedi un orfanotrofio che funzionava male.
Un missionario barnabita la convince a fondare un orfanotrofio a Muhura: da lì non se n'è più andata, se non per una breve parentesi durante la guerra civile. Da allora, la sua storia si intreccia ancora di più con quella del Paese in cui opera, dove le ferite lasciate dal genocidio sono ancora in gran parte aperte. Ottocentomila morti, su una popolazione che all'epoca era di 7 milioni e mezzo di abitanti, è una cifra che da sola spiega le dimensioni dell'orrore. E la zona di Muhura non ha fatto eccezione. Anzi proprio qui l'odio e la crudeltà sono esplosi in maniera violentissima. Nel lago Muazi, per esempio, non si poteva più pescare o attingere acqua, per via dei cadaveri che vi erano stati gettati; per lunghe settimane il fiume Akagera ha trasportato nel lago Vittoria centinaia di morti.
Ma, davanti a tanta ferocia, c'è chi ha risposto con carità eroica. Il parroco, padre Mario Falconi, ha rischiato la pelle per caricare tutti i bambini che poteva sul proprio fuoristrada e portarli via, mentre tra le capanne succedeva il finimondo. Nelle strutture della missione ha nascosto un migliaio di perseguitati, riuscendo a salvarli dal massacro. Senza distinzioni, ovviamente, di etnia, di credo o di appartenenza politica (spesso i moderati sono finiti sotto i colpi dell'etnia «amica» semplicemente perché non avevano partecipato allo sterminio degli avversari).
Padre Mario nel '94 ha lasciato il Ruanda, sia pure per pochi mesi, con lo stesso convoglio della Croce rossa che ha portato in Uganda, e da lì in Italia, nonna Amelia. Appena un anno prima a Muhura erano stati costruiti il fabbricato per i ragazzi e l'alloggio per la volontaria. I bambini arrivavano numerosi, perché le mamme morivano e i padri non erano in grado di far crescere i figli. Una grossa mano giungeva periodicamente dall'Italia, sotto forma di letti, materassi, lenzuola, cibo e coperte (la località si trova a circa 2 mila metri d'altezza): era arrivato anche un utilissimo pick up, usato ma ancora valido.
Il cammino appena iniziato è stato però interrotto bruscamente dalla guerra civile. «Avrei anche potuto restare perché avevo una buona scorta di viveri, ma temevo per la vita dei bambini - racconta oggi Amelia Barbieri -. Non potevo andar via da sola e ho portato con me i 42 bambini, guidando personalmente la camionetta con a bordo i sei
più piccoli fino a Entebbe. A Verona i bimbi stavano bene, mangiavano e ricominciavano a sorridere. L'impatto con il mondo dei bianchi non li terrorizzava più». A novembre del '94, però, la volontaria si reca in Tanzania, al campo profughi di Benaco. Laggiù, molti papà vengono a chiederle notizie dei loro figli.
Al rientro a Verona ha gia deciso: tornerà a Muhura con i bambini. «Feci molta fatica a far accettare questa scelta - riprende -. Forse qualcuno preferiva tenersi il "bambolotto" senza pensare che il Ruanda, povero e martoriato, aveva comunque il diritto di riavere i propri figli: in questo Paese c'è tanta povertà, ma non la miseria morale che si incontra troppo spesso nel nostro mondo consumistico».
Ha inizio una storia che la vede chiacchierata protagonista: subisce critiche a non finire, denunce, una condanna per falso ideologico poi cancellata per non aver commesso il fatto. Giornali e televisioni la inseguono, dipingendola come una stravagante pasionaria.
E oggi? «Sono passati nove anni. La situazione del Paese resta per molti aspetti problematica ma,
grace a Dieu, sono ancora qui - osserva -. Ho ancora con me dieci di quei bambini, che naturalmente sono cresciuti: i più grandi studiano alla scuola superiore, i più piccoli frequentano le elementari locali».
Nonna Amelia, che oggi è coadiuvata da volontari e puericultrici ruandesi, non si è affatto fermata: ha costruito una scuola materna ma soprattutto, tiene a sottolinearlo, le case per quelli che sono rientrati in famiglia. E dal '96 a oggi ha raccolto ancora un centinaio di ospiti, quasi tutti piccolissimi: chi orfano di padre, chi di madre, chi di entrambi i genitori e senza uno straccio di certificato di nascita.
«Qualcuno mi ha chiesto se penso di vivere fino a cent'anni - conclude -. La Provvidenza non ha limiti: io continuo a lavorare, curo i miei piccoli, seguo gli uomini che coltivano il nostro terreno e le ragazze che badano ai bambini. Più di cosi non pretendo. Ora pero che il numero di ospiti è salito a 95, chiedo a chi può di darmi una mano. C'è molto da fare: bisogna costruire un dormitorio nuovo, i ragazzini che non hanno nessuno chiedono di entrare da noi.
La nostra casa "San Giuseppe" non è una prigione, è una famiglia e, se può, accoglie sempre a braccia aperte chi ha bisogno».
Barnabiti - Dalla scuola una speranza per i
poveri
Nel sud del mondo si muore di fame: fame di cibo, ma anche di sapere. Perché solo se avranno ricevuto un minimo d'istruzione, i ragazzi cioè gli uomini di domani, avranno la possibilità non solo di sopravvivere, ma di costruire un futuro migliore. Non fanno eccezione il Ruanda e la parte
più orientale del Congo.
Qui, nel cuore dell'Africa nera, lavorano i Barnabiti, la congregazione fondata da sant'Antonio Maria Zaccaria del quale si sono celebrati nel 2002 i 500 anni della nascita. Un manipolo di missionari, 15 sacerdoti e 2 fratelli, tra italiani e africani, distribuiti in sei comunità. I bisogni, nella regione dei Grandi Laghi come nel «Paese delle mille
colline», sono infiniti ma se si vuole trovare un denominatore comune al loro impegno questo è nell'istruzione.
«La scuola costituisce da sempre la nostra specialità», osserva padre Giovanni Sala, 59 anni di cui 33 passati in Congo e in Ruanda, superiore della Provincia africana dei Barnabiti. Da Kigali, dove coordina gli aiuti in favore dei più poveri, padre Sala non ha dubbi: la fame di sapere è importante quanto quella «fisiologica».
«La gente conosce il Ruanda per il genocidio del '94 e il Congo per la guerra che si sta combattendo - spiega -. Non tutti sanno che si tratta di due Paesi estremamente poveri, nei quali persino parlare di reddito medio ha poco senso, sia perché gran parte della popolazione non lavora, sia perché, specie nelle zone agricole, gli abitanti sono vincolati a una produzione agricola di pura sussistenza». Se in qualsiasi parte del mondo il superamento dei conflitti sociali ed economici non può prescindere da un lavoro che consenta a tutti una vita dignitosa, le tensioni etniche che hanno insanguinato questa regione (e, in parte, continuano a farlo) potranno essere eliminate, a suo parere, solo attraverso la conoscenza, la comprensione e il rispetto: attraverso, cioé, il progresso culturale.

A Muhura, la più vasta parrocchia dei Barnabiti in Ruanda, situata sulle alture a Nord-est della capitale, questo cammino e già cominciato. Dalla scuola materna a quella secondaria superiore, vivono fianco a fianco ragazzi di varie etnie e diverse confessioni religiose.
Il fiore all'occhiello delle strutture didattiche è il liceo intitolato a sant'Alessandro Sauli, un Barnabita vissuto nel Sedicesimo secolo che fu anche vescovo di Pavia. Qui studiano 650 tra ragazzi e ragazze. I dormitori sono strapieni, quasi ogni anno bisogna aggiungere un'aula piuttosto che un refettorio. Il parroco, padre Mario Falconi, 58 anni, originario di Borgo di Terzo (Bergamo) ma ormai africano d'adozione visti i 30 anni passati in missione, deve fare i salti mortali per garantire lo stipendio ai professori (23-25 mila franchi ruandesi al mese: circa 60 euro) e tre pasti al giorno agli allievi.
La base della dieta sono fagioli, patate e banane, la carne e un'eccezione: in un anno i ragazzi
l'hanno mangiata tre volte. Ma le domande di iscrizione, al liceo di Muhura, sono ampiamente superiori alla capienza dei locali.
Stesso discorso per Mbobero, prima fondazione dei Barnabiti in Africa, nel 1951, dove la parrocchia anima sei scuole elementari e una secondaria. In una di queste strutture le classi sono 14 e gli iscritti 823.
«Ci sono anche 60 bambini per classe - commenta il parroco, padre Fabien Muvunyi -. Quattrocento allievi non sono in grado di pagare i due dollari al mese che chiediamo per far funzionare
l'istituto.
Lo Stato non esiste, siamo noi a fare di tutto perché i maestri non facciano sciopero». Anche per lui il «progetto dei progetti» è la scuola: "Uno vive quanto ha imparato. E se i nostri Paesi sono ridotti cosi, è per mancanza di cultura".
Una grossa mano a tutti questi missionari arriva dall'Italia, tramite le adozioni a distanza. L'associazione "Amici delle missioni dei padri barnabiti" propone due tipi di sostegno concreto: una per gli alunni del ciclo primario (30 euro all'anno, con i quali si copre la totalità delle spese scolastiche) e una per gli studenti di quello secondario (150 euro, con i quali vengono pagate le spese didattiche e si garantisce un pasto giornaliero). L'unica clausola richiesta è la continuità: sei anni nel primo caso e almeno quattro nel secondo.
Sono gli stessi missionari a scegliere i beneficiari dell'aiuto a distanza, in base alle condizioni familiari ed economiche.
(Mondo e Missione - Febbraio 2003 - pagg. 30/33)
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