Gesù che disastro se Kabul si risveglia

Padre Angelo Panigati e stato il parroco della capitale afgana per un quarto di secolo. Ha visto arrivare gli hippy, i Russi e i Mujaheddin. E' stato I'ultimo a mollare al tempo dei Taliban. E ora ha un dubbio.

di Massimiliano Boschi


"L'Afghanistan è un luogo pericoloso per gli stranieri e io sono in pena per i nostri soldati". Parla cosi, oggi, Angelo Panigati, padre barnabita da Locate Triulzi, che conosce molto bene Kabul e dintorni, familiari per lui come un cortile di casa. Ci ha vissuto per 26 anni e I'Afghanistan gli è rimasto nel sangue. Dalle sue parole trapela tutto il dolore che lo affligge di fronte a quel Paese soffocato dalla guerra. La sua è una di quelle storie che sembrano uscite da un romanzo. Una storia di avventura, di fede e di passione. «Arrivai a Kabul nel 1965, e il paese era un paradiso. Poi sono venuti i russi e hanno rovinato tutto». In quel lontano 1965, Panigati si lasciava alle spalle quattordici anni di cavalcate su e giù per la cordigliera delle Ande. Arrivava in Asia centrale per la prima volta e ci sarebbe rimasto fino al 1990, scampando alle bombe dei russi e al fuoco dei Mujaheddin, ultimo occidentale a essere cacciato dal paese dei Taliban. Lì padre Angelo ha imparato a riconoscere "a naso" le droghe nelle peggiori bettole di Kabul ed è stato l'artefice di un raid Milano-Kabul-Milano, a bordo di un Maggiolone Volkswagen, che è passato alla storia. Parla 10 lingue: "Però", si schermisce, "ne ho dimenticate 14". E pensare che ha 78 anni.

"Mi dovevo occupare dell'unica chiesa cattolica di tutto l'Afghanistan, che si trovava all'interno dell'ambasciata italiana di Kabul. Avevo una parrocchia grande come il Paese, ero dotato di passaporto diplomatico e gli afgani mi hanno sempre trattato con grande ospitalità. Ho potuto svolgere la mia attività tranquillamente, mi proibivano soltanto di fare proselitismo. Negli anni Sessanta c'erano molte attrazioni turistiche. A Kabul c'erano alberghi a cinque stelle, il Paese era pieno di occidentali. C'era chi studiava la zona archeologica attorno a Kandahar, chi coltivava cotone. E chi si era stabilito nella zona dei laghi, coi cedri alti 40 metri. Era, lo ripeto, un paradiso». I problemi cominciarono alla fine degli anni Sessanta. L'Afghanistan era sulla rotta degli hippy che si recavano in India, per meditare ma non solo: cercavano droga. Quando, negli anni Settanta, l'India impose un pedaggio di 500 dollari a chi voleva varcare il confine, Kabul divenne la capitale della droga. Solo in città, all'epoca ho contato 320 locali che distribuivano sostanze stupefacenti. Se ne trovavano di ogni tipo, avevo imparato a riconoscerla annusando l'aria fuori dalle entrate. Essendo un parroco, ma anche un rappresentante diplomatico, venivo spesso chiamato ad aiutare i ragazzi che finivano in overdose o, nei casi peggiori, ad occuparmi della loro sepoltura. Molti provenivano da paesi che non avevano rapporti diplomatici con l'Afghanistan, e per occuparsene venivo chiamato io. Ero anche in grado di prestare opere di pronto soccorso".

La situazione, tuttavia, era ancora tranquilla e Padre Angelo continuò la sua opera. Aveva 5000 parrocchiani di 35 nazionalità diverse. "Sui miei documenti c'era scritto: "Guidatore di preghiera dei cristiani". Ero molto riverito, sapete? Spesso venivo invitato anche alla cerimonia per la scelta del nome dei nascituri. Un rito bellissimo, e molto sentito laggiù". Nel 1973 dovette tornare in Italia per un breve periodo e fu in quell'occasione che compì la traversata Kabul-Milano-Kabul. "Il Maggiolone bianco si fuse non appena parcheggiata l'auto sotto l'ambasciata italiana di Kabul", ricorda ridacchiando. Con l'invasione russa tutto cambiò. "Le avvisaglie c'erano già da qualche tempo. Ricordo che quando arrivarono i sovietici l'ambasciatore americano se ne andò ridendo sotto i baffi. Era convinto che quello si sarebbe trasformato nel Vietnam dei sovietici". Ma Padre Angelo continuò a lavorare, nonostante la guerra, tra mille difficoltà. "Anche i sovietici mi rispettavano, e io ne approfittai per imparare il russo: una scelta forzata, mi sono dovuto sorbire 12 anni di televisione sovietica....". Ormai però l'Afghanistan era diventato quell'inferno che conosciamo, sconvolto da guerre continue. "Rimasi come unico rappresentante occidentale dall'inizio del 1989 alla fine del 1990. Il tricolore era l'unica bandiera straniera che sventolava a Kabul", ricorda Panigati. "Se ne erano andati anche gli incaricati d'affari. Ogni lunedì mandavo alla Farnesina, via telex, una relazione che il ministero provvedeva a smistare agli altri ministeri europei. Poi anche l'ambasciata italiana, quella che ospitava la cappella, venne bombardata. Mi salvai per miracolo. Era il marzo del 1990, c'erano 18 gradi sotto zero. Il vuoto d'aria provocato dall'esplosione mi scaraventò contro la porta della chiesa, mentre il mio studio venne completamente distrutto. Ancora rintronato dall'esplosione, sentii chiamare: "Padar! Padar!" Era un Mujaheddin che era corso a controllare come stavo e ad offrirmi l'aiuto dei suo gruppo. Poco dopo passarono anche i comunisti, anche loro preoccupati per me: mi offrirono da mangiare per tutta la settimana successiva. Oh, io non ho nemmeno mai capito da che parte provenisse la bomba".

Alla fine del '90 Padre Angelo fu costretto a lasciare l'Afghanistan. Prima di tornare a casa passò un paio dl anni in Polonia e poi un breve periodo negli Stati Uniti. Ora si occupa delle anime dei cremonesi, ma il suo cuore è rimasto a Kabul. "I Taliban? Io non ne ho mai incontrato uno. Mica scherzo. Gran parte di quelli che noi chiamiamo Taliban sono mercenari che solo dopo si sono imbevuti di religione. Prima dell'arrivo dei russi nelle università afgane c'erano 5000 studentesse. Gli afgani sono divisi in molte etnie. Il paese è stato spesso invaso, ma mai colonizzato. Gli afgani non sopportano la presenza straniera. Le varie fazioni riescono a mettersi d'accordo solo sulla guerra agli invasori". Ora Padre Angelo deve tornare al confessionale. E adesso? L'ultima cattiva sorpresa Padre Angelo l'ha avuta dalla questione dell'invio degli alpini che ha spaccato la sinistra. Il sacerdote è convinto. "Gli afgani non hanno la minima intenzione di sopportare ancora a lungo la tutela straniera. E prima o poi, vedrete, qualcuno si ribellerà".

(Il Venerdì di Repubblica - 22 Novembre 2002 - pagg. 65/66)
 

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